lunedì 14 maggio 2012

Mustang, in partenza

Ciao, solo qualche breve nota oggi... fra poco ci metteremo in cammino per il trekking.
Sono arrivata ieri a Jomsom in aereo.. un volo bellissimo e un po' impressionante!
Il piccolo, vecchio aereo da venti posti passa fra i giganti dell'Annapurna, sbattuto dalle correnti, rasente ai crinali delle montagne "più basse". Gli spifferi freddi mi ricordano che siamo comunque abbastanza in alto!
La hostess, passata prima del decollo, ha offerto caramelle e cotone per le orecchie. L'aereo è pieno di pellegrini indiani diretti a Muktinath, un luogo sacro per buddhisti ed induisti poco lontano da Jomsom. Mi passano le loro macchine fotografiche e telefonini per fargli una foto delle montagne dal finestrino.
Vi sto scrivendo dalla semplice guesthouse con vista cinque stelle! :) Nella foto quello che vedo da dove sono seduta a battere i tasti... il monte Nilgiri.




sabato 12 maggio 2012

Terzo giorno


 Oggi terza giornata di sciopero. Mi stupisce non trovare informazioni sulla stampa estera. Trovo solo un breve articolo su un giornale pakistano, il Daily News. Niente sul Times of India, niente sulla Bbc. Nell’articolo si dice che la causa dello sciopero riguarda uno degli scogli maggiori della redazione della nuova costituzione: la decisione se creare o meno uno stato federale su base etnica.
Il Nepal è costituito da un mosaico di popoli che convivono ma non si integrano. Popoli indo-ariani provenienti dall’India e mongolici dall’Himalaya e dalla Birmania. Si parlano tante lingue e dialetti diversi.
Il nepali dovrebbe essere la lingua franca ma, visto che il tasso di alfabetizzazione è del 49% (del 35% per le donne), non sempre è così. Chiedo a Mr. Bi, un signore di etnia Newari, come sia possibile recarsi, per esempio, in un ufficio pubblico se non si parla nepali. “Occorre” – mi dice – “andare con qualcuno del villaggio che lo parli e che funga da interprete”.
Non potendo prendere un taxi per andare a Sarangkot, un punto di osservazione panoramico della catena Himalayana, mi avvio a piedi verso la parte vecchia di Pokhara. Ho così modo di camminare in strade senza auto, moto, camion, bus, e cioè senza il puzzo di gas di scarico, lo strombettio di ogni genere di clakson, il pericolo costante di essere investita!
Gli unici mezzi circolanti, per fortuna, sono le autobotti che portano acqua potabile alle lunghe file di donne in attesa con i loro contenitori da riempire.
Le serrande sono tutte abbassate, le strade campi da gioco per i bambini, che sono a casa da scuola. C’è chi viene aiutato ad imparare ad andare in bicicletta senza rotelle, chi gioca a pallone, chi a badminton...
Alla vecchia Pokhara non ci arriverò... mi imbatto in una manifestazione, contornata da una massiccia presenza di poliziotti con bastoni e fucili... oh oh, forse meglio cambiare strada!
Nel pomeriggio  lo sciopero è stato sospeso dai gruppi etnici che lo avevano proclamato in vista di alcuni festival.

venerdì 11 maggio 2012

Le loro altezze...

... si sono disvelate!
Non speravo, dato il tempaccio di questi giorni e la stagione non appropriata, di poter assistere al magnifico spettacolo di questa mattina :)
Quando ho visto che il tempo si apriva sono salita allo Shanti Stupa, la Pagoda della Pace. Si raggiunge a piedi, dopo aver attraversato in barca a remi il lago Feva.

Da lì il panorama sul massiccio dell'Annapurna (la cui vetta più alta è 8091) e il Machhapuchhare (6697 metri, in nepalese "Coda di Pesce", considerato sacro è vietato scalarlo).







giovedì 10 maggio 2012

Bandh, sciopero



Le “voci” dicono che oggi e domani ci sarà sciopero... i mezzi di informazione non riportano queste notizie. Sciopero significa che nessun mezzo di trasporto può circolare, nessun negozio aprire... pena distruzioni e malmenamenti, o peggio.
“Oggi tutti devono fare trekking per forza” esordisce l’autista che mi porterà, molto presto la mattina per cercare di diminuire il rischio, all’aeroporto. Partiamo, sui vetri del taxi ha appiccicato ben in evidenza cartelli con scritto “TOURIST ONLY”; in genere questo serve da lasciapassare. Percorriamo la dozzina di chilometri che separano Bhaktapur dall’aeroporto di Kathmandu su strade stranamente prive di traffico; agli incroci più importanti agenti di polizia in assetto antisommossa. La loro presenza permetterà all’autista di tentare il viaggio di ritorno. Sembra che lo sciopero sia dovuto a tensioni fra i partiti (e le diverse fazioni all’interno dei partiti) ancora in disaccordo sulla stesura della nuova costituzione. Il termine dei lavori, non più procrastinabile, è il 27 maggio.
Dopo un volo di 25 minuti, ritardato per le cattive condizioni meteo, arrivo a Pokhara, la cittadina sul lago Fewa Tal famosa, nella stagione adatta, per gli splendidi panorami sulle vette himalayane. Anche qui lo sciopero è totale, sarà la polizia a darmi un passaggio per raggiungere l’albergo.
Per fortuna sembra esserci anche un lato positivo:  un inusuale silenzio per le strade, i bambini che ne approfittano per scorrazzare in bicicletta senza pericoli, i ragazzi che giocano a pallone, gli adulti che passeggiano in mezzo alla carreggiata.

Nel 1996 uno dei partiti comunisti del paese, quello “maoista”,  esasperato dalla corruzione e dall’incapacità del governo, diede inizio ad una “guerra del popolo”. Una guerra civile proseguita fino al 2006 quando il re fu costretto a ripristinare la democrazia parlamentare che, il mese successivo, votò per relegarlo a mera figura di rappresentanza.  Nel 2008 il partito maoista ha avuto la maggioranza e il nuovo parlamento ha abolito definitivamente la monarchia. Purtroppo sembra che le promesse di riforme e miglioramento delle condizioni di vita della maggioranza della popolazione siano disattese e che anche i rappresentanti di questo governo mettano in primo piano i propri interessi. Gli ex-combattenti e la base del partito maoista sono sempre più sfiduciati.

sabato 5 maggio 2012

Buddha Jayanti

Arrivata!

Arrivo in Nepal ormai al tramonto, dopo un lungo giorno di viaggio. Affacciandomi dalla finestra della camera la sorpresa della luna piena, il chiaccherio delle donne che stanno terminando il lavoro nei campi, il concerto degli uccelli..

Di nuovo verso est...

sabato 18 giugno 2011

Un tubetto strizzato e altre tracce


Un tubetto di colore strizzato, incavato soprattutto nel centro, dove la pressione è stata più forte, ripetuta; il metallo un po’ ossidato, l’etichetta che ne dovrebbe indicare la tinta ricoperta da colori incrostati, che conservano tracce di impronte digitali.
Intorno, sul bancone, pennelli sporchi, piatti e ciotole sbreccate, un toro d’argilla che mi ricorda qualcosa... forse una delle ceramiche di Picasso? Su un mobiletto vicino un mappamondo, così simile a quello fortemente richiesto e pazientemente atteso fino a Natale, da bambina. Uno di quelli che si illuminavano con la lampadina, dall’interno. E mi faceva sognare paesaggi, e genti, e avventure dietro ognuna di quelle forme irregolari e colorate, con i nomi  scritto in nero e una stellina ad indicarne le capitali, che mandavo a memoria.
Nell’ampia stanza, dal soffitto alto e illuminata  da grandi vetrate, sono assembrati tavoli e mobiletti, sui quali sono appoggiati colori, pennelli, contenitori, stoviglie, e un’infinità di altri oggetti ancora. Numerosi cavalletti sostengono delle tele dipinte. Il pavimento di cotto poroso mostra tracce di colori rovesciati da tempo. Sulla ringhiera del soppalco due tute da lavoro da uomo, di quelle di spessa tela blu.  Un disordine “ordinato”, “predisposto”:  tutti i quadri sono a favore dello sguardo del visitatore che può solo osservare dall’ingresso... una corda tesa e gli occhi della custode che sento sulle mia nuca mi trattengono  dall’addentrarmi nell’atelier, dal mettermi a toccare ora questo, ora quello, per rendere un po’ di vita ad oggetti che non sembrano più possederne, sospesi nel tempo come in attesa di ritrovare una mano che li sfiori, li prenda, li usi.
Mi viene in mente una nave, alla scia che lascia dietro di sé... l’immagine mi mette un po’ di tristezza; penso alla scia di oggetti che lasciamo nel mondo dopo che ne siamo salpati, a come un tubetto strizzato possa sopravvivere ancora a lungo all’artista che, magari distrattamente, lo ha usato.
Lascio l’atelier moderno e salgo lungo il sentiero che porta ad una casa antica, poco più in alto. Si sta bene qui. L’ombra è fresca, la brezza muove i profumi mediterranei sotto gli alti pini marittimi, si vede il mare poco lontano e una distesa di case, che forse erano meno numerose quando Joan e Pilar vivevano qui. C’è un senso di pace.
Anche le stanze dagli spessi muri sono fresche e ombrose. Spoglie. Sui muri imbiancati a calce disegni in nero, figure in cui si indovinano quelle dei quadri appesi al Museo. Pavimenti schizzati di colore. Appese con le puntine  sulle porte di legno, delle cartoline. Alcune di vedute, delle Baleari, delle Canarie. Altre di immagini che forse erano fonte d’ispirazione per l’artista... una scultura che sembra africana o dell’Oceania o.. chissà! ... un affresco che mi ricorda quelli delle chiese rupestri della Cappadocia. Piccoli dettagli di quotidianità, piccoli pezzi di vita.

Sono questi dettagli, queste tracce, le impressioni  più incisive che mi rimangono della visita alla Fondacion Pilar e Joan Mirò a Palma de Mallorca.  Un senso di “presenza” che non riesco invece a percepire nei quadri appesi nel museo, nelle sculture esposte in giardino. 

Mi dico che bisognerebbe andare a visitare gli artisti “viventi”,  mentre sono all’opera, e possono parlarci di quello che creano, godere della passione che li spinge a farlo, farsi contagiare; portarci il più spesso possibile i bambini... che esperienza dell’arte diversa ne emergerebbe! Il processo creativo che si fa materia, immagine, suono, parola, e che può essere condiviso con le persone che ne sono artefici, non solo con gli oggetti che restano di loro. E scoprirsi artisti... :)))

venerdì 11 marzo 2011

Definizioni di patria

Genet: "La mia patria sono due o tre conoscenti".
Camus: "Sì, una patria ce l'ho: la lingua francese".
Il tuareg: "La mia patria è dove piove".

Lapidarium, Ryszard Kapuściński
 

lunedì 21 febbraio 2011

Perforazione dei muri d'idee...

"I viaggi li vedrei di due tipi fondamentali. Uno, quelli all’esterno dei grandi muri d’idee. Due, quelli con perforazione o salto dei muri d’idee.. i viaggi del secondo tipo portano sempre ad esperienze mentali e spirituali stimolanti, piene di suggestione (almeno per chi le vuole intendere). In un viaggio del secondo tipo potrà capitare che tu resti sotto lo stesso cielo e nello stesso clima di casa (come avviene a chi passa da Salonicco ad Istanbul, o da Lahore ad Agra), può darsi che la gente non cambi notevolmente d’aspetto fisico (come scopre chi naviga, per esempio, da Trapani a Tunisi), può darsi che i sistemi di governo siano simili, può anche avvenire di parlare la medesima lingua (come nota chi vola da Mosca a Samarcanda, o chi segue una carovana da Skardu a Leh), eppure ben presto noterai qualcosa nell’aria che ti farà concludere d’aver varcato uno di quei confini tra gli uomini oltre il quale cessano le variazioni quantitative e s’instaura un salto qualitativo. Prova allora ad esaminare più fondo le abitudini nella vita d’ogni giorno, le istituzioni tradizionali del diritto pubblico e privato, le relazioni delle persone tra di loro, i fenomeni sociologici che riguardano la famiglia ed il lavoro, i nomi delle persone, le manifestazioni dell’arte, quelle della religione. Ti troverai a salire pian piano verso una serie di concezioni nuove e diverse riguardo a tutto ciò ch’è importante nella vita umana; dal diritto all’amore, dalla cosmologia alla psicologia, dalla storia alle arti, dalla cucina alla musica, dal gioco alla guerra. In altre parole, nelle menti e negli animi intorno a te vive un nuovo modo di considerare l’universo."


Paropàmiso – Fosco Maraini

martedì 7 settembre 2010

Di ritorno...

... da un viaggio che è ancora difficile esprimere in parole...
Un viaggio per cui tante persone, sentendo le notizie delle tensioni in Kashmir e dell'alluvione in Ladakh, sono state in pena per me... a loro le mie scuse e il mio ringraziamento.
E una poesia, di Erri de Luca, che amo molto...

Considero valore...
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord, qual e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

giovedì 24 giugno 2010

Itaca

Grazie a Giuseppe Cederna... che mi ha fatto conoscere questa bellissima poesia sul senso del viaggio, anzi del "Viaggio", quello con la V maiuscola.

Itaca, di Kostantinos Kavafis.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
 
When you set out on your journey to Ithaca,
pray that the road is long,
full of adventure, full of knowledge.
The Lestrygonians and the Cyclops,
the angry Poseidon -- do not fear them:
You will never find such as these on your path,
if your thoughts remain lofty, if a fine
emotion touches your spirit and your body.
The Lestrygonians and the Cyclops,
the fierce Poseidon you will never encounter,
if you do not carry them within your soul,
if your soul does not set them up before you.

Pray that the road is long.
That the summer mornings are many, when,
with such pleasure, with such joy
you will enter ports seen for the first time;
stop at Phoenician markets,
and purchase fine merchandise,
mother-of-pearl and coral, amber and ebony,
and sensual perfumes of all kinds,
as many sensual perfumes as you can;
visit many Egyptian cities,
to learn and learn from scholars.

Always keep Ithaca in your mind.
To arrive there is your ultimate goal.
But do not hurry the voyage at all.
It is better to let it last for many years;
and to anchor at the island when you are old,
rich with all you have gained on the way,
not expecting that Ithaca will offer you riches.
Ithaca has given you the beautiful voyage.
Without her you would have never set out on the road.
She has nothing more to give you.

And if you find her poor, Ithaca has not deceived you.
Wise as you have become, with so much experience,
you must already have understood what Ithaca means.

sabato 1 maggio 2010

Grazie!

Un grazie di cuore a tutte le compagne e a tutti i compagni di viaggio che hanno reso indimenticabile questa vacanza a Creta!

venerdì 30 aprile 2010

Il raggio verde

E’ l’ultima sera a Creta. L’ultima sera di una settimana che mi sembra trascorsa in un attimo ma che mi ha donato così tanto e in modo così intenso che mi pare di esser via da casa da molti più giorni. Come è strana, relativa, la percezione del tempo!
E’ il momento del tramonto, ci affacciamo sulla terrazza della taverna dove stiamo cenando. L’atmosfera è limpida, né nuvole né foschia fra noi e il sole che si sta tuffando in mare.
E’ rapido, lo fissiamo incantati.
Il disco arancio via via scompare sulla linea dell’orizzonte.
Tratteniamo il respiro quando brilla l’ultima luce. Per un tempo infinitesimale eccolo… il raggio verde!
Un tempo brevissimo, ma veloci sono anche i nostri pensieri nell’esprimere un desiderio.

mercoledì 28 aprile 2010

Coincidenza

Arriviamo sulla spiaggia di Falasarna nel tardo pomeriggio. Siamo stati per tutto il giorno nel vento, il vento che sulle isole sembra essere una costante e a cui noi siamo poco abituati. Il vento che dà energia ma che anche un po’ frastorna. Un giorno trascorso nella meraviglia della penisola di Gramvousa, nelle infinite sfumature d’azzurro del mare alla spiaggia di Balos.
Sentiamo l’esigenza di praticare yoga, un bisogno istintivo di calmare l’elemento “vata” (aria) in noi e di assimilare la bellezza in cui siamo stati immersi, renderla un’esperienza profonda e non solo delle belle foto da riguardare.
Cerchiamo un posto sulla spiaggia dove praticare, protetto dal vento e accogliente.
Durante la pratica, voltandosi per assumere un’asana (posizione) Marina si accorge che sulla parete rocciosa alle nostre spalle è stata incisa una grande OM!

Capre

Sono ovunque. Di ogni colore, indipendenti scelgono i loro percorsi.
Sicuramente rappresentano gli incontri più frequenti in questa parte dell’isola che abbiamo scelto di visitare, quella ad ovest. Strade strette e tortuose, a volte sterrate.
Poche strutture turistiche.

Siamo fuori stagione, anche le spiagge più belle e famose come quelle di Balos ed Elafonisi sono solo per noi… per non parlare di quelle raggiungibili solo a piedi! Sono sola mentre cammino verso una di queste spiagge. Il sentiero è solo una traccia, mi fermo indecisa ad una biforcazione. Una capra apparsa dal nulla mi fissa con quegli occhi che sembrano di vetro. Belando mi invita a seguirla… sì, poi si rivela essere il sentiero giusto!

Stiamo passando per strade secondarie. Il sole è caldo, il paesaggio brullo. Le capre trovano piccoli ritagli di ombra in posti improbabili come una parete rocciosa con piccole rientranze. Se ne stanno immobili, alcune da sole su una stretta cengia, altre si stringono in una di poco più ampia. Come avranno fatto a scalare la parete?

Una mattina le vediamo correre verso un recinto. Sono come un fiume in piena, corrono per accaparrarsi le prime posizioni… è l’ora della mungitura. Osserviamo i pastori sui loro piccoli sgabelli far zampillare il latte bianco e caldo nel secchio. Il più anziano, a cui manca un braccio, regola il flusso delle capre impazienti di farsi mungere. Nella mano tiene il bastone ricurvo, il vincastro. Che sensazione di viaggio nel tempo!

martedì 27 aprile 2010

Campanili e minareti

Sono di fronte ad una ben strana chiesa… da una parte ha un campanile, dall’altra un minareto. Fondata come chiesa, trasformata in moschea, ritornata chiesa. In fondo non è che il simbolo di ciò che è anche il resto della città di Hania e di Creta in generale, una commistione di stile veneziano e turco che rappresenta secoli di storia passata. Uno stile che oggi ci affascina girando nel dedalo di viuzze del centro della città che si affaccia sullo scenografico porto veneziano ma che è frutto di una storia cruenta, fatta di lotte, battaglie e genocidi.
Eppure, da questa storia che parla di sangue e divisione, sembra emergere anche qualcosa che nasce dall’incontro delle culture... è qualcosa che gustiamo ad ogni pasto nelle accoglienti taverne: piatti deliziosi che potremmo trovare identici o con qualche lieve variante anche in Turchia , Libano, Siria.
E’ ormai tempo di andare all’appuntamento con gli altri per tornare a casa dopo la nostra escursione a Hania. Un’ultimo sguardo e il tempo di una foto alla chiesa. Mi allontano, sognando la possibilità di un mondo in cui un tempio possa essere e chiesa e moschea.

Sorta sull’antica città minoica di Cidonia, divenne una fiorente città-stato in epoca ellenistica e continuò a prosperare sia sotto l’impero romano sia nel periodo bizantino. Intorno ai primi anni del XIII sec. la città passò sotto il controllo dei veneziani, che la ribattezzarono La Canea. La mantennero (con un breve intermezzo genovese) fino al 1645 quando fu conquistata dai turchi. Da quel momento fino al 1898, anno in cui Creta riuscì a liberarsi dal dominio dell’impero ottomano, Hania divenne sede del pascià, il governatore turco dell’isola. Le chiese vennero trasformate in moschee e lo stile architettonico della città assunse tratti orientaleggianti…. un mix fra oriente ed occidente che oggi ci affascina mentre ne percorriamo le strade! Dal 1898 al 1971 Hania fu la capitale dell’isola, poi l’amministrazione di Creta fu trasferita ad Iraklio.

lunedì 26 aprile 2010

Fiori

Visitare Creta di primavera significa immergersi nei profumi della macchia mediterranea fiorita, significa stupirsi del miracolo dei fiori selvatici che con i loro colori spiccano fra le rocce, fra l’argento degli ulivi, sullo sfondo blu del mare e del cielo.
E’ un regalo che apprezziamo camminando sui sentieri dell’isola. Sentieri che ci portano su altopiani battuti dal vento dove il nostro sguardo spazia e fra gole profonde dove i fiori si fanno ancora più particolari.
Come non ricordare quanto ci ha impressionati il Dracunculus Vulgaris? Il nome l’abbiamo scoperto al ritorno, al momento dell’incontro nessuno di noi aveva mai visto fiori del genere! Alti anche un metro, di un rosso porpora con sfumature nere e un “profumo” di carne putrefatta!
La natura non finisce mai di stupirci :)

domenica 25 aprile 2010

Appuntamento quotidiano

Il cinguettio degli uccelli, è tempo di alzarmi. Fuori c’è già luce, le foglie degli ulivi mandano riflessi argentei nel vento fresco che le muove e le fa frusciare. Guardo il mare mentre mi incammino per il nostro appuntamento quotidiano verso l’altra delle ville che occupiamo.
Il grande soggiorno, tutto a vetrate con vista sul mare, è ancora vuoto. Sono la prima. Mi siedo a terra.
Alla spicciolata arrivano le altre, gli altri. Siamo in silenzio, è qualcosa di naturale in questo momento della giornata. Apprezziamo una forma di comunicazione più sottile, più profonda.
Iniziamo la nostra pratica di yoga, uno dei significati di questa parola è “unione”.
Cominciamo dunque la nostra giornata riscoprendo un senso di connessione, di essere parte di un tutto.
Non abbiamo un tempo stabilito per la durata del nostro incontro, è il privilegio dell’essere in vacanza, ci gustiamo “l’avere tempo”. Sperimentiamo come la percezione dello scorrere del tempo, senza orologi che lo scandiscano e appuntamenti da rispettare, sia relativa. Siamo semplicemente presenti, attimo per attimo.

sabato 24 aprile 2010

Una settimana di yoga e vacanza a Creta

Dal 24 aprile al primo maggio... quest’anno casca male, sia il 25 aprile che il primo maggio sono di sabato, niente ponti! Non importa, ci ritroviamo tutti e tredici a Malpensa per partire alla volta di Creta.
Chi arriva da vicino, chi da più lontano. Chi già si conosce, chi si incontra per la prima volta. Storie diverse le nostre, siamo accomunati dall’idea di trascorrere una settimana insieme, all’insegna della natura e della pratica dello yoga.

giovedì 14 gennaio 2010

Elements & Prana


Aria, acqua, fuoco, terra… giorni speciali quelli appena trascorsi alle Isole Canarie.

Luoghi carichi di energia, dove è facile sentirsi parte della creazione...  la pratica yoga fluisce spontanea... e, forse, un'intuizione di spazio...









giovedì 19 novembre 2009

Mannaggia non parlo vietnamita! Incontri…

E’ una bellissima giornata, con la bici mi avvio verso il mare, ad una quindicina di chilometri da Hué.

Dopo quattro chilometri la prima sosta, al villaggio di Duong No, dove si può visitare la casa che Ho Chi Minh abitò dal 1898 al 1900. Dei bambini in bicicletta mi ci accompagnano, è una casa molto semplice, una capanna fatta di bambù e con il tetto di paglia… che contrasto con il mausoleo ad Hanoi!

Il posto è tranquillo, i due ragazzi che se ne prendono cura gentili, mi accompagnano anche al piccolo museo di fianco, dove accendono incensi davanti alla statua di Bac Ho, zio Ho, come sento che lo chiamano.
A soli quattro chilometri dalla città turistica tutto è cambiato e, come avrò modo di sperimentare in tutto questo viaggio, scopro l’estrema gentilezza ed accoglienza dei vietnamiti…qui non sono più l’ennesimo turista, gallina di passaggio da spennare. Pedalando per le vie del villaggio ricevo “Hello!” sorridenti, una coppia di anziani mi invita a visitare la loro bella casa tradizionale che stavo fotografando dall’esterno, una ragazza al mercato che non vende che poche canne da zucchero insiste perché ne prenda un pezzo in regalo.

Mentre pedalo sotto il sole masticando il pezzo di canna per estrarne il succo dolce e dissetante, sento delle grida di richiamo. Sono dei bambini che si sporgono dalla finestra di una piccola casetta gialla, una sola stanza. Fuori delle caprette, sullo sfondo il riverbero della laguna in questa terra che sta per diventare mare. E’ una scuola e i bambini si scatenano eccitati quando chiedo alla maestra il permesso di fare loro una foto. Quante domande vorrei fare… mannaggia a non parlare vietnamita!




Chiedo informazioni circa la strada a delle persone sotto una tettoia. Con una punta di trapano ed un mazzuolo ritagliano la carta per farne lampade colorate. Per prima cosa mi danno una piccola sedia di plastica rossa, implicitamente mi dicono siediti, riposa, prenditi il tempo di dirci da dove vieni, dove vuoi andare, cosa ci fai qui!
E poi ecco il mare, punteggiato di pescatori, e una distesa accecante di sabbia bianca. Una signora anziana la sta percorrendo lentamente, con il cappello a cono come riparo. Come un’oasi d’ombra una tettoia ristorantino, se ne vedono altre, ma distrutte dal recente tifone.


Oltre me solo una famiglia vietnamita che sta mangiando granchi… chiedo se sono buoni, ne ordino uno anch’io.


Non passa molto tempo che sono di nuovo da loro con … il granchio in mano! Non so come aprirne il corpo… in un battibaleno se ne occupa la nonna, vengo invitata a sedermi con loro e il piatto mi viene subito riempito, e, appena vuoto, di nuovo riempito di altro cibo. Il figlio, la nuora e il loro bambino abitano a Saigon (Ho Chi Minh City ora), stanno festeggiando il primo giorno delle loro vacanze che passeranno nella casa di famiglia a Hué… hanno diritto a 12 giorni l’anno, e sono fra i fortunati! Mi propongono in modo veramente cortese, quasi fossi io a fargli un favore, di passare il resto della giornata con loro, a fare il bagno al fiume… la bici non è un problema… viene caricata sul tetto della macchina e si parte. Passiamo da casa loro a prendere un altro fratello e la moglie, genitori della bimba che già si trova con noi, e viveri che la nonna aveva già preparato per la scampagnata… in Vietnam non si fa che mangiare… e, almeno per me, benissimo! Il nonno purtroppo non può venire, è al lavoro. Lo conoscerò la sera, al rientro. E’ veramente una bella famiglia.
Ad una trentina di chilometri dalla città, sotto le colline verdi che in questi giorni vedevo in lontananza dalla città, scopro che il fiume in realtà è un’insieme di piscine di acqua termale calda e fredda con giochi d’acqua niente male… non c’è verso di pagare l’ingresso e di ringraziarli in qualche modo. Vedo che tutte le donne e le ragazze fanno il bagno in pantaloncini e maglietta… chiedo ai miei nuovi amici se è possibile indossare il costume. Mi dicono di sì.
Al rientro ammiro il paesaggio di risaie… intorno ai bufali neri ci sono sempre delle egrette bianche… mi chiedo se i bufali, smuovendo l’acqua e il fango, le facilitino nella ricerca del cibo.
I miei ospiti mi indicano felici due nuvole cumuliformi ai lati del sole al tramonto… assomigliano a due dragoni dicono, è segno di buona fortuna. In cuor mio gliene auguro veramente tanta!

La lingua vietnamita (Kinh) è una fusione di elementi Mon-Khmer, Tai e Cinesi. Infatti una rilevante percentuale di parole base deriva dalla lingua non tonale Mon-Khmer, dal Tai alcuni elementi grammaticali e l’uso delle tonalità, dal Cinese il vocabolario letterario, tecnico e governativo oltre che il tradizionale sistema di scrittura. Si dice che la parte più difficile nell’apprendimento di questa lingua per gli occidentali siano i sei toni con cui può essere pronunciata la stessa sillaba. Per esempio la parola “ma”, a seconda del tono con cui è pronunciata, ha il significato di “fantasma”, “ma”, “madre”, “pianticella di riso”, “tomba”, “cavallo”.
La parola più facile da imparare per noi italiani? “Sin ciao”... che significa… ciao! :)

Bici è… libertà!

Mi dà un grande senso di libertà girovagare per Hué come e dove mi pare, indipendente. Ora i guidatori di cyclo non mi assillano più ad ogni passo con il solito “madame, cyclo!”… anzi mi sorridono in quanto pedalatrice come loro. Dopo l’apprendistato come pedone ad Hanoi mi tuffo nella corrente del traffico di bici e motorini e, non so come, riesco a passare indenne anche dagli incroci più intasati!

La mattina presto posso così spingermi fino ai quartieri dalle case basse e le viuzze strette e quiete, già con l’aria del villaggio. Vedo massaggiare i galli da combattimento e le persone far colazione, dopo i loro esercizi ginnici, in uno dei tanti ristorantini “da marciapiede” sul lungo canale, all’ombra di un grande albero.

 L’albero ospita nel tronco dei piccoli altari su cui fuma l’incenso, le persone delle case vicine stanno appendendo alle sue fronde le gabbie con i loro uccelli canterini. Gabbie di bambù complete di piccole ciotole in porcellana bianca e blu per cibo e acqua. Arriva la signora anziana, il bilanciere carico di verdure fresche con cui rifornisce la cuoca.


Nei dintorni del mercato c’è un andirivieni di “cyclo cargo”, come mi piace chiamarli, inverosimilmente carichi di merci.


Nel tardo pomeriggio invece ammiro le ragazze delle scuole superiori che se ne tornano a casa, pedalando eleganti nella luce del tramonto. Come divisa un “Ao Dai” bianco sul quale i loro lunghi capelli neri raccolti a coda creano un piacevole contrasto.

Ah, dimenticavo…. in bici si sente anche meno il caldo che non camminando! E poi… è tutta pianura :))

“Ao Dai”
Negli anni ’30 del secolo scorso diventarono di moda in Vietnam le fiere, non solo per vendere e comprare, ma soprattutto come luogo d’incontro e divertimento. Di solito ospitavano anche un concorso di bellezza e le ragazze più carine in genere erano studentesse di alcune scuole superiori di Hanoi, Hué e Saigon. Proprio un pittore e insegnante di Hanoi, Ngunyan Cat Tuong, ebbe l’idea di creare il nuovo abito “Ao Dai” (tunica lunga) capace di esaltare la figura femminile, facendola sembrare più alta e snella. Inizialmente la nuova moda incontrò parecchia opposizione, in quanto ritenuto socialmente non appropriata, ma poi si diffuse rapidamente diventando veramente popolare. Oggi, invece, mi sembra che non sia indossato come un tempo, così attillato forse è un po’ scomodo per lavorare. Le studentesse e le persone che lavorano negli hotel, agenzie turistiche, compagnie aeree lo portano come divisa. Nelle strade, invece, vedo le donne anziane indossare dei pantaloni morbidi con una blusa e le più giovani jeans e maglietta.