sabato 18 giugno 2011

Un tubetto strizzato e altre tracce


Un tubetto di colore strizzato, incavato soprattutto nel centro, dove la pressione è stata più forte, ripetuta; il metallo un po’ ossidato, l’etichetta che ne dovrebbe indicare la tinta ricoperta da colori incrostati, che conservano tracce di impronte digitali.
Intorno, sul bancone, pennelli sporchi, piatti e ciotole sbreccate, un toro d’argilla che mi ricorda qualcosa... forse una delle ceramiche di Picasso? Su un mobiletto vicino un mappamondo, così simile a quello fortemente richiesto e pazientemente atteso fino a Natale, da bambina. Uno di quelli che si illuminavano con la lampadina, dall’interno. E mi faceva sognare paesaggi, e genti, e avventure dietro ognuna di quelle forme irregolari e colorate, con i nomi  scritto in nero e una stellina ad indicarne le capitali, che mandavo a memoria.
Nell’ampia stanza, dal soffitto alto e illuminata  da grandi vetrate, sono assembrati tavoli e mobiletti, sui quali sono appoggiati colori, pennelli, contenitori, stoviglie, e un’infinità di altri oggetti ancora. Numerosi cavalletti sostengono delle tele dipinte. Il pavimento di cotto poroso mostra tracce di colori rovesciati da tempo. Sulla ringhiera del soppalco due tute da lavoro da uomo, di quelle di spessa tela blu.  Un disordine “ordinato”, “predisposto”:  tutti i quadri sono a favore dello sguardo del visitatore che può solo osservare dall’ingresso... una corda tesa e gli occhi della custode che sento sulle mia nuca mi trattengono  dall’addentrarmi nell’atelier, dal mettermi a toccare ora questo, ora quello, per rendere un po’ di vita ad oggetti che non sembrano più possederne, sospesi nel tempo come in attesa di ritrovare una mano che li sfiori, li prenda, li usi.
Mi viene in mente una nave, alla scia che lascia dietro di sé... l’immagine mi mette un po’ di tristezza; penso alla scia di oggetti che lasciamo nel mondo dopo che ne siamo salpati, a come un tubetto strizzato possa sopravvivere ancora a lungo all’artista che, magari distrattamente, lo ha usato.
Lascio l’atelier moderno e salgo lungo il sentiero che porta ad una casa antica, poco più in alto. Si sta bene qui. L’ombra è fresca, la brezza muove i profumi mediterranei sotto gli alti pini marittimi, si vede il mare poco lontano e una distesa di case, che forse erano meno numerose quando Joan e Pilar vivevano qui. C’è un senso di pace.
Anche le stanze dagli spessi muri sono fresche e ombrose. Spoglie. Sui muri imbiancati a calce disegni in nero, figure in cui si indovinano quelle dei quadri appesi al Museo. Pavimenti schizzati di colore. Appese con le puntine  sulle porte di legno, delle cartoline. Alcune di vedute, delle Baleari, delle Canarie. Altre di immagini che forse erano fonte d’ispirazione per l’artista... una scultura che sembra africana o dell’Oceania o.. chissà! ... un affresco che mi ricorda quelli delle chiese rupestri della Cappadocia. Piccoli dettagli di quotidianità, piccoli pezzi di vita.

Sono questi dettagli, queste tracce, le impressioni  più incisive che mi rimangono della visita alla Fondacion Pilar e Joan Mirò a Palma de Mallorca.  Un senso di “presenza” che non riesco invece a percepire nei quadri appesi nel museo, nelle sculture esposte in giardino. 

Mi dico che bisognerebbe andare a visitare gli artisti “viventi”,  mentre sono all’opera, e possono parlarci di quello che creano, godere della passione che li spinge a farlo, farsi contagiare; portarci il più spesso possibile i bambini... che esperienza dell’arte diversa ne emergerebbe! Il processo creativo che si fa materia, immagine, suono, parola, e che può essere condiviso con le persone che ne sono artefici, non solo con gli oggetti che restano di loro. E scoprirsi artisti... :)))

venerdì 11 marzo 2011

Definizioni di patria

Genet: "La mia patria sono due o tre conoscenti".
Camus: "Sì, una patria ce l'ho: la lingua francese".
Il tuareg: "La mia patria è dove piove".

Lapidarium, Ryszard Kapuściński
 

lunedì 21 febbraio 2011

Perforazione dei muri d'idee...

"I viaggi li vedrei di due tipi fondamentali. Uno, quelli all’esterno dei grandi muri d’idee. Due, quelli con perforazione o salto dei muri d’idee.. i viaggi del secondo tipo portano sempre ad esperienze mentali e spirituali stimolanti, piene di suggestione (almeno per chi le vuole intendere). In un viaggio del secondo tipo potrà capitare che tu resti sotto lo stesso cielo e nello stesso clima di casa (come avviene a chi passa da Salonicco ad Istanbul, o da Lahore ad Agra), può darsi che la gente non cambi notevolmente d’aspetto fisico (come scopre chi naviga, per esempio, da Trapani a Tunisi), può darsi che i sistemi di governo siano simili, può anche avvenire di parlare la medesima lingua (come nota chi vola da Mosca a Samarcanda, o chi segue una carovana da Skardu a Leh), eppure ben presto noterai qualcosa nell’aria che ti farà concludere d’aver varcato uno di quei confini tra gli uomini oltre il quale cessano le variazioni quantitative e s’instaura un salto qualitativo. Prova allora ad esaminare più fondo le abitudini nella vita d’ogni giorno, le istituzioni tradizionali del diritto pubblico e privato, le relazioni delle persone tra di loro, i fenomeni sociologici che riguardano la famiglia ed il lavoro, i nomi delle persone, le manifestazioni dell’arte, quelle della religione. Ti troverai a salire pian piano verso una serie di concezioni nuove e diverse riguardo a tutto ciò ch’è importante nella vita umana; dal diritto all’amore, dalla cosmologia alla psicologia, dalla storia alle arti, dalla cucina alla musica, dal gioco alla guerra. In altre parole, nelle menti e negli animi intorno a te vive un nuovo modo di considerare l’universo."


Paropàmiso – Fosco Maraini

martedì 7 settembre 2010

Di ritorno...

... da un viaggio che è ancora difficile esprimere in parole...
Un viaggio per cui tante persone, sentendo le notizie delle tensioni in Kashmir e dell'alluvione in Ladakh, sono state in pena per me... a loro le mie scuse e il mio ringraziamento.
E una poesia, di Erri de Luca, che amo molto...

Considero valore...
Considero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto, un sorriso involontario, la stanchezza di chi non si e’ risparmiato, due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varra’ piu’ niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua, riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido, chiedere permesso prima di sedersi, provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’e’ il nord, qual e’ il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo, la clausura della monaca, la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

giovedì 24 giugno 2010

Itaca

Grazie a Giuseppe Cederna... che mi ha fatto conoscere questa bellissima poesia sul senso del viaggio, anzi del "Viaggio", quello con la V maiuscola.

Itaca, di Kostantinos Kavafis.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell'irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l'anima non te li mette contro.
Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d'estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d'ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.
Sempre devi avere in mente Itaca - raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull'isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos'altro ti aspetti?
E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
 
When you set out on your journey to Ithaca,
pray that the road is long,
full of adventure, full of knowledge.
The Lestrygonians and the Cyclops,
the angry Poseidon -- do not fear them:
You will never find such as these on your path,
if your thoughts remain lofty, if a fine
emotion touches your spirit and your body.
The Lestrygonians and the Cyclops,
the fierce Poseidon you will never encounter,
if you do not carry them within your soul,
if your soul does not set them up before you.

Pray that the road is long.
That the summer mornings are many, when,
with such pleasure, with such joy
you will enter ports seen for the first time;
stop at Phoenician markets,
and purchase fine merchandise,
mother-of-pearl and coral, amber and ebony,
and sensual perfumes of all kinds,
as many sensual perfumes as you can;
visit many Egyptian cities,
to learn and learn from scholars.

Always keep Ithaca in your mind.
To arrive there is your ultimate goal.
But do not hurry the voyage at all.
It is better to let it last for many years;
and to anchor at the island when you are old,
rich with all you have gained on the way,
not expecting that Ithaca will offer you riches.
Ithaca has given you the beautiful voyage.
Without her you would have never set out on the road.
She has nothing more to give you.

And if you find her poor, Ithaca has not deceived you.
Wise as you have become, with so much experience,
you must already have understood what Ithaca means.

sabato 1 maggio 2010

Grazie!

Un grazie di cuore a tutte le compagne e a tutti i compagni di viaggio che hanno reso indimenticabile questa vacanza a Creta!

venerdì 30 aprile 2010

Il raggio verde

E’ l’ultima sera a Creta. L’ultima sera di una settimana che mi sembra trascorsa in un attimo ma che mi ha donato così tanto e in modo così intenso che mi pare di esser via da casa da molti più giorni. Come è strana, relativa, la percezione del tempo!
E’ il momento del tramonto, ci affacciamo sulla terrazza della taverna dove stiamo cenando. L’atmosfera è limpida, né nuvole né foschia fra noi e il sole che si sta tuffando in mare.
E’ rapido, lo fissiamo incantati.
Il disco arancio via via scompare sulla linea dell’orizzonte.
Tratteniamo il respiro quando brilla l’ultima luce. Per un tempo infinitesimale eccolo… il raggio verde!
Un tempo brevissimo, ma veloci sono anche i nostri pensieri nell’esprimere un desiderio.

mercoledì 28 aprile 2010

Coincidenza

Arriviamo sulla spiaggia di Falasarna nel tardo pomeriggio. Siamo stati per tutto il giorno nel vento, il vento che sulle isole sembra essere una costante e a cui noi siamo poco abituati. Il vento che dà energia ma che anche un po’ frastorna. Un giorno trascorso nella meraviglia della penisola di Gramvousa, nelle infinite sfumature d’azzurro del mare alla spiaggia di Balos.
Sentiamo l’esigenza di praticare yoga, un bisogno istintivo di calmare l’elemento “vata” (aria) in noi e di assimilare la bellezza in cui siamo stati immersi, renderla un’esperienza profonda e non solo delle belle foto da riguardare.
Cerchiamo un posto sulla spiaggia dove praticare, protetto dal vento e accogliente.
Durante la pratica, voltandosi per assumere un’asana (posizione) Marina si accorge che sulla parete rocciosa alle nostre spalle è stata incisa una grande OM!

Capre

Sono ovunque. Di ogni colore, indipendenti scelgono i loro percorsi.
Sicuramente rappresentano gli incontri più frequenti in questa parte dell’isola che abbiamo scelto di visitare, quella ad ovest. Strade strette e tortuose, a volte sterrate.
Poche strutture turistiche.

Siamo fuori stagione, anche le spiagge più belle e famose come quelle di Balos ed Elafonisi sono solo per noi… per non parlare di quelle raggiungibili solo a piedi! Sono sola mentre cammino verso una di queste spiagge. Il sentiero è solo una traccia, mi fermo indecisa ad una biforcazione. Una capra apparsa dal nulla mi fissa con quegli occhi che sembrano di vetro. Belando mi invita a seguirla… sì, poi si rivela essere il sentiero giusto!

Stiamo passando per strade secondarie. Il sole è caldo, il paesaggio brullo. Le capre trovano piccoli ritagli di ombra in posti improbabili come una parete rocciosa con piccole rientranze. Se ne stanno immobili, alcune da sole su una stretta cengia, altre si stringono in una di poco più ampia. Come avranno fatto a scalare la parete?

Una mattina le vediamo correre verso un recinto. Sono come un fiume in piena, corrono per accaparrarsi le prime posizioni… è l’ora della mungitura. Osserviamo i pastori sui loro piccoli sgabelli far zampillare il latte bianco e caldo nel secchio. Il più anziano, a cui manca un braccio, regola il flusso delle capre impazienti di farsi mungere. Nella mano tiene il bastone ricurvo, il vincastro. Che sensazione di viaggio nel tempo!

martedì 27 aprile 2010

Campanili e minareti

Sono di fronte ad una ben strana chiesa… da una parte ha un campanile, dall’altra un minareto. Fondata come chiesa, trasformata in moschea, ritornata chiesa. In fondo non è che il simbolo di ciò che è anche il resto della città di Hania e di Creta in generale, una commistione di stile veneziano e turco che rappresenta secoli di storia passata. Uno stile che oggi ci affascina girando nel dedalo di viuzze del centro della città che si affaccia sullo scenografico porto veneziano ma che è frutto di una storia cruenta, fatta di lotte, battaglie e genocidi.
Eppure, da questa storia che parla di sangue e divisione, sembra emergere anche qualcosa che nasce dall’incontro delle culture... è qualcosa che gustiamo ad ogni pasto nelle accoglienti taverne: piatti deliziosi che potremmo trovare identici o con qualche lieve variante anche in Turchia , Libano, Siria.
E’ ormai tempo di andare all’appuntamento con gli altri per tornare a casa dopo la nostra escursione a Hania. Un’ultimo sguardo e il tempo di una foto alla chiesa. Mi allontano, sognando la possibilità di un mondo in cui un tempio possa essere e chiesa e moschea.

Sorta sull’antica città minoica di Cidonia, divenne una fiorente città-stato in epoca ellenistica e continuò a prosperare sia sotto l’impero romano sia nel periodo bizantino. Intorno ai primi anni del XIII sec. la città passò sotto il controllo dei veneziani, che la ribattezzarono La Canea. La mantennero (con un breve intermezzo genovese) fino al 1645 quando fu conquistata dai turchi. Da quel momento fino al 1898, anno in cui Creta riuscì a liberarsi dal dominio dell’impero ottomano, Hania divenne sede del pascià, il governatore turco dell’isola. Le chiese vennero trasformate in moschee e lo stile architettonico della città assunse tratti orientaleggianti…. un mix fra oriente ed occidente che oggi ci affascina mentre ne percorriamo le strade! Dal 1898 al 1971 Hania fu la capitale dell’isola, poi l’amministrazione di Creta fu trasferita ad Iraklio.

lunedì 26 aprile 2010

Fiori

Visitare Creta di primavera significa immergersi nei profumi della macchia mediterranea fiorita, significa stupirsi del miracolo dei fiori selvatici che con i loro colori spiccano fra le rocce, fra l’argento degli ulivi, sullo sfondo blu del mare e del cielo.
E’ un regalo che apprezziamo camminando sui sentieri dell’isola. Sentieri che ci portano su altopiani battuti dal vento dove il nostro sguardo spazia e fra gole profonde dove i fiori si fanno ancora più particolari.
Come non ricordare quanto ci ha impressionati il Dracunculus Vulgaris? Il nome l’abbiamo scoperto al ritorno, al momento dell’incontro nessuno di noi aveva mai visto fiori del genere! Alti anche un metro, di un rosso porpora con sfumature nere e un “profumo” di carne putrefatta!
La natura non finisce mai di stupirci :)

domenica 25 aprile 2010

Appuntamento quotidiano

Il cinguettio degli uccelli, è tempo di alzarmi. Fuori c’è già luce, le foglie degli ulivi mandano riflessi argentei nel vento fresco che le muove e le fa frusciare. Guardo il mare mentre mi incammino per il nostro appuntamento quotidiano verso l’altra delle ville che occupiamo.
Il grande soggiorno, tutto a vetrate con vista sul mare, è ancora vuoto. Sono la prima. Mi siedo a terra.
Alla spicciolata arrivano le altre, gli altri. Siamo in silenzio, è qualcosa di naturale in questo momento della giornata. Apprezziamo una forma di comunicazione più sottile, più profonda.
Iniziamo la nostra pratica di yoga, uno dei significati di questa parola è “unione”.
Cominciamo dunque la nostra giornata riscoprendo un senso di connessione, di essere parte di un tutto.
Non abbiamo un tempo stabilito per la durata del nostro incontro, è il privilegio dell’essere in vacanza, ci gustiamo “l’avere tempo”. Sperimentiamo come la percezione dello scorrere del tempo, senza orologi che lo scandiscano e appuntamenti da rispettare, sia relativa. Siamo semplicemente presenti, attimo per attimo.

sabato 24 aprile 2010

Una settimana di yoga e vacanza a Creta

Dal 24 aprile al primo maggio... quest’anno casca male, sia il 25 aprile che il primo maggio sono di sabato, niente ponti! Non importa, ci ritroviamo tutti e tredici a Malpensa per partire alla volta di Creta.
Chi arriva da vicino, chi da più lontano. Chi già si conosce, chi si incontra per la prima volta. Storie diverse le nostre, siamo accomunati dall’idea di trascorrere una settimana insieme, all’insegna della natura e della pratica dello yoga.

giovedì 14 gennaio 2010

Elements & Prana


Aria, acqua, fuoco, terra… giorni speciali quelli appena trascorsi alle Isole Canarie.

Luoghi carichi di energia, dove è facile sentirsi parte della creazione...  la pratica yoga fluisce spontanea... e, forse, un'intuizione di spazio...









giovedì 19 novembre 2009

Mannaggia non parlo vietnamita! Incontri…

E’ una bellissima giornata, con la bici mi avvio verso il mare, ad una quindicina di chilometri da Hué.

Dopo quattro chilometri la prima sosta, al villaggio di Duong No, dove si può visitare la casa che Ho Chi Minh abitò dal 1898 al 1900. Dei bambini in bicicletta mi ci accompagnano, è una casa molto semplice, una capanna fatta di bambù e con il tetto di paglia… che contrasto con il mausoleo ad Hanoi!

Il posto è tranquillo, i due ragazzi che se ne prendono cura gentili, mi accompagnano anche al piccolo museo di fianco, dove accendono incensi davanti alla statua di Bac Ho, zio Ho, come sento che lo chiamano.
A soli quattro chilometri dalla città turistica tutto è cambiato e, come avrò modo di sperimentare in tutto questo viaggio, scopro l’estrema gentilezza ed accoglienza dei vietnamiti…qui non sono più l’ennesimo turista, gallina di passaggio da spennare. Pedalando per le vie del villaggio ricevo “Hello!” sorridenti, una coppia di anziani mi invita a visitare la loro bella casa tradizionale che stavo fotografando dall’esterno, una ragazza al mercato che non vende che poche canne da zucchero insiste perché ne prenda un pezzo in regalo.

Mentre pedalo sotto il sole masticando il pezzo di canna per estrarne il succo dolce e dissetante, sento delle grida di richiamo. Sono dei bambini che si sporgono dalla finestra di una piccola casetta gialla, una sola stanza. Fuori delle caprette, sullo sfondo il riverbero della laguna in questa terra che sta per diventare mare. E’ una scuola e i bambini si scatenano eccitati quando chiedo alla maestra il permesso di fare loro una foto. Quante domande vorrei fare… mannaggia a non parlare vietnamita!




Chiedo informazioni circa la strada a delle persone sotto una tettoia. Con una punta di trapano ed un mazzuolo ritagliano la carta per farne lampade colorate. Per prima cosa mi danno una piccola sedia di plastica rossa, implicitamente mi dicono siediti, riposa, prenditi il tempo di dirci da dove vieni, dove vuoi andare, cosa ci fai qui!
E poi ecco il mare, punteggiato di pescatori, e una distesa accecante di sabbia bianca. Una signora anziana la sta percorrendo lentamente, con il cappello a cono come riparo. Come un’oasi d’ombra una tettoia ristorantino, se ne vedono altre, ma distrutte dal recente tifone.


Oltre me solo una famiglia vietnamita che sta mangiando granchi… chiedo se sono buoni, ne ordino uno anch’io.


Non passa molto tempo che sono di nuovo da loro con … il granchio in mano! Non so come aprirne il corpo… in un battibaleno se ne occupa la nonna, vengo invitata a sedermi con loro e il piatto mi viene subito riempito, e, appena vuoto, di nuovo riempito di altro cibo. Il figlio, la nuora e il loro bambino abitano a Saigon (Ho Chi Minh City ora), stanno festeggiando il primo giorno delle loro vacanze che passeranno nella casa di famiglia a Hué… hanno diritto a 12 giorni l’anno, e sono fra i fortunati! Mi propongono in modo veramente cortese, quasi fossi io a fargli un favore, di passare il resto della giornata con loro, a fare il bagno al fiume… la bici non è un problema… viene caricata sul tetto della macchina e si parte. Passiamo da casa loro a prendere un altro fratello e la moglie, genitori della bimba che già si trova con noi, e viveri che la nonna aveva già preparato per la scampagnata… in Vietnam non si fa che mangiare… e, almeno per me, benissimo! Il nonno purtroppo non può venire, è al lavoro. Lo conoscerò la sera, al rientro. E’ veramente una bella famiglia.
Ad una trentina di chilometri dalla città, sotto le colline verdi che in questi giorni vedevo in lontananza dalla città, scopro che il fiume in realtà è un’insieme di piscine di acqua termale calda e fredda con giochi d’acqua niente male… non c’è verso di pagare l’ingresso e di ringraziarli in qualche modo. Vedo che tutte le donne e le ragazze fanno il bagno in pantaloncini e maglietta… chiedo ai miei nuovi amici se è possibile indossare il costume. Mi dicono di sì.
Al rientro ammiro il paesaggio di risaie… intorno ai bufali neri ci sono sempre delle egrette bianche… mi chiedo se i bufali, smuovendo l’acqua e il fango, le facilitino nella ricerca del cibo.
I miei ospiti mi indicano felici due nuvole cumuliformi ai lati del sole al tramonto… assomigliano a due dragoni dicono, è segno di buona fortuna. In cuor mio gliene auguro veramente tanta!

La lingua vietnamita (Kinh) è una fusione di elementi Mon-Khmer, Tai e Cinesi. Infatti una rilevante percentuale di parole base deriva dalla lingua non tonale Mon-Khmer, dal Tai alcuni elementi grammaticali e l’uso delle tonalità, dal Cinese il vocabolario letterario, tecnico e governativo oltre che il tradizionale sistema di scrittura. Si dice che la parte più difficile nell’apprendimento di questa lingua per gli occidentali siano i sei toni con cui può essere pronunciata la stessa sillaba. Per esempio la parola “ma”, a seconda del tono con cui è pronunciata, ha il significato di “fantasma”, “ma”, “madre”, “pianticella di riso”, “tomba”, “cavallo”.
La parola più facile da imparare per noi italiani? “Sin ciao”... che significa… ciao! :)

Bici è… libertà!

Mi dà un grande senso di libertà girovagare per Hué come e dove mi pare, indipendente. Ora i guidatori di cyclo non mi assillano più ad ogni passo con il solito “madame, cyclo!”… anzi mi sorridono in quanto pedalatrice come loro. Dopo l’apprendistato come pedone ad Hanoi mi tuffo nella corrente del traffico di bici e motorini e, non so come, riesco a passare indenne anche dagli incroci più intasati!

La mattina presto posso così spingermi fino ai quartieri dalle case basse e le viuzze strette e quiete, già con l’aria del villaggio. Vedo massaggiare i galli da combattimento e le persone far colazione, dopo i loro esercizi ginnici, in uno dei tanti ristorantini “da marciapiede” sul lungo canale, all’ombra di un grande albero.

 L’albero ospita nel tronco dei piccoli altari su cui fuma l’incenso, le persone delle case vicine stanno appendendo alle sue fronde le gabbie con i loro uccelli canterini. Gabbie di bambù complete di piccole ciotole in porcellana bianca e blu per cibo e acqua. Arriva la signora anziana, il bilanciere carico di verdure fresche con cui rifornisce la cuoca.


Nei dintorni del mercato c’è un andirivieni di “cyclo cargo”, come mi piace chiamarli, inverosimilmente carichi di merci.


Nel tardo pomeriggio invece ammiro le ragazze delle scuole superiori che se ne tornano a casa, pedalando eleganti nella luce del tramonto. Come divisa un “Ao Dai” bianco sul quale i loro lunghi capelli neri raccolti a coda creano un piacevole contrasto.

Ah, dimenticavo…. in bici si sente anche meno il caldo che non camminando! E poi… è tutta pianura :))

“Ao Dai”
Negli anni ’30 del secolo scorso diventarono di moda in Vietnam le fiere, non solo per vendere e comprare, ma soprattutto come luogo d’incontro e divertimento. Di solito ospitavano anche un concorso di bellezza e le ragazze più carine in genere erano studentesse di alcune scuole superiori di Hanoi, Hué e Saigon. Proprio un pittore e insegnante di Hanoi, Ngunyan Cat Tuong, ebbe l’idea di creare il nuovo abito “Ao Dai” (tunica lunga) capace di esaltare la figura femminile, facendola sembrare più alta e snella. Inizialmente la nuova moda incontrò parecchia opposizione, in quanto ritenuto socialmente non appropriata, ma poi si diffuse rapidamente diventando veramente popolare. Oggi, invece, mi sembra che non sia indossato come un tempo, così attillato forse è un po’ scomodo per lavorare. Le studentesse e le persone che lavorano negli hotel, agenzie turistiche, compagnie aeree lo portano come divisa. Nelle strade, invece, vedo le donne anziane indossare dei pantaloni morbidi con una blusa e le più giovani jeans e maglietta.

mercoledì 18 novembre 2009

Kinh Thanh, "la Cittadella"

Sette di mattina, è ancora fresco, l’attività della città in pieno fermento. Con la bici mi incanalo nel traffico di uno dei ponti che attraversano il “Fiume profumato” (Song Huong) che passa da Hué, città del Vietnam centrale. I ponti collegano il resto della città alla Cittadella, una vasta aerea quadrata circondata da mura, scelta nel 1804 dai geomanti dell’imperatore per farne la sua residenza.
Secondo la geomanzia le opere dell’uomo andrebbero costruite in modo da essere in armonia con la natura, integrarsi nella bellezza dell’ambiente ed essere salutari per gli abitanti. Un lato del quadrato è costeggiato dal fiume, gli altri tre da canali. Con un altro ponte supero il fossato che circonda le mura ed imbocco uno dei passaggi che le attraversano. Ed ecco l’ingresso al recinto imperiale, il grande portone Ngo Mon: un tempo solo l’imperatore poteva passarvi, per i comuni mortali vi erano altri accessi. Ora qui c’è la biglietteria, oltre continua quest’affascinante percorso in cui sembra di essere in un gioco di scatole cinesi…. di passaggio in passaggio arrivo al cuore della Cittadella: Tu Cam Thanh, la “Città purpurea proibita”. Cittadella nella Cittadella nella Cittadella era riservata all’imperatore e alle sue concubine. Unico personale ammesso? Gli
eunuchi…

Dal 1993 la Cittadella è patrimonio dell’Unesco ed è ancora in fase di restauro dopo i danneggiamenti subiti durante le guerre e gli anni di abbandono in quanto considerata, nel Vietnam comunista, simbolo del potere feudale della dinastia Nguyen. Di diversi edifici non rimangono che le macerie.

Saccheggiandola dei beni più preziosi e bruciando i volumi della biblioteca imperiale, i francesi, dopo una battaglia nel 1885, hanno anche destituito l’imperatore del tempo per sostituirlo con uno più malleabile al loro dominio.
Nel 1968, invece, fu teatro di una delle più sanguinose battaglie dell’offensiva Tet, offensiva che determinò un punto di svolta, a favore dei nord-vietnamiti, nell’andamento della guerra. Durante le tre settimane e mezzo in cui i nord-vietnamiti ne mantennero il controllo furono giustiziate più di 2500 persone considerate “non cooperative”: soprattutto ricchi mercanti, impiegati governativi, monaci, preti, intellettuali.


Per riprendersi la città sud-vietnamiti e americani la bombardarono a tappeto. Negli scontri nelle strade che seguirono furono uccise circa 10.000 persone, soprattutto civili.
Sono seduta nei pressi dell’edificio che ospitava la sala di lettura dell’imperatore, l’unico completamente originale. Circondata da quelli che dovevano essere dei bei giardini, di tanto in tanto alzo gli occhi da queste letture che parlano di guerra, morte e distruzione. Il laghetto è pieno di fiori di loto. Sono sola, lo stormire delle foglie e l’incresparsi leggero dell’acqua quando una di esse vi cade sopra mi fanno compagnia. Di tanto in tanto il canto di un uccello.

martedì 17 novembre 2009

Fra due mondi

Khu oggi compie 23 anni. Intelligente, idee chiare sulla vita, indipendente, parla molto bene inglese, fra poco partirà per la Francia dove verrà ospitata per due mesi da una famiglia di turisti con cui ha fatto amicizia. Ha già viaggiato in Vietnam ed è andata in moto nel nord del Laos, dove vivono altre persone della sua etnia, quella H’mong. L’inglese lo ha imparato da sola, con il contatto con i turisti ed è sicuramente molto più brava dei vietnamiti che lo imparano a scuola e che hanno una pronuncia difficilmente comprensibile.
Mentre facciamo colazione riceve un sms sul suo cellulare… sono gli auguri di una coppia di turisti australiani. Mi chiede di leggerle il messaggio e di scrivere la risposta. E’ una delle tante contraddizioni di questo piccolo mondo… Khu, vestita di tutto punto con gli abiti tradizionali, ha cellulare ed e-mail ma ha bisogno di qualcuno per poterli utilizzare. Scopro che, pur essendo così fiera di mostrarci gli edifici scolastici gialli sempre più numerosi nei villaggi, lei, a scuola, ci è andata solo per due mesi. Dunque non sa leggere e scrivere neppure in vietnamita. E’ un peccato le dico, le persone possono imbrogliarti più facilmente, ed è più difficile far valere i tuoi diritti. Ma forse è gente che non è molto abituata ad avere diritti, visto che i Vietnamiti li chiamano in modo dispregiativo “moi”, “selvaggi” e lei, dice, quando va ad Hanoi o in altre parti del Vietnam, lascia gli abiti tradizionali per jeans e maglietta. Si schermisce quando le chiedo perché.
Sicuramente qualche motivo di risentimento contro gli H’mong i vietnamiti lo hanno, visto che sono stati “utilizzati” dalla CIA nella “guerra segreta” in Laos: una guerriglia per cercare di bloccare i rifornimenti dal Vietnam del nord a quello del sud lungo il sentiero di Ho Chi Minh. Persa la guerra gli americani se ne sono andati, gli H’Mong sono rimasti a subire le rappresaglie, i più fortunati sono riusciti a scappare in Thailandia per vivere in un campo profughi o per cercare di espatriare.

Sono fortunata ad avere lei come guida nel piccolo trekking di due giorni che porta i turisti a camminare di villaggio in villaggio e a passare una notte presso una famiglia… è la mia possibilità per capire qualcosa da questa esperienza nel nord del Vietnam e, nello stesso tempo, è uno scambio di informazioni fra due mondi che vogliono sapere di più l’uno dell’altro.
Arrivare fin qui e pensare di trovare un mondo in cui la cultura delle minoranze etniche sia “intatta” è decisamente anacronistico e non può che portare delusione. Le cose stanno cambiando velocemente e il turismo, con i suoi pro e contro, è un potente acceleratore del processo.
Le donne sembrano essere quelle che più tengono il passo. Sono loro che hanno imparato l’inglese e si occupano di trarre beneficio dal turismo. Oltre alle attività di vendita sono piacevolmente colpita dal fatto che tutte le guide per i trekking o le escursioni di una giornata fra i villaggi di montagna siano ragazze locali.
Gli uomini, mi dice Khu, sono timidi, preferiscono occuparsi dei bufali e stare sulle montagne, non sanno l’inglese.
Via via che si cammina fra le risaie terrazzate e Khu ci mostra le attività da “programma” (coltivazione della pianta da cui estraggono il colore indaco, tintura dei tessuti con questo succo, grappe medicinali con dentro serpenti, gechi e altri simpatici animaletti, ricamo, sistemi di canalizzazione per portare l’acqua di terrazza in terrazza, allevamento degli animali, ecc.) il nostro piccolo gruppo internazionale si affiata e, in modo leggero, con scambi di battute, si affrontano anche altri temi.


La sera ci raccogliamo intorno al focolare, cuciniamo insieme, imparando a fare gli involtini primavera. Dopo cena giochiamo a carte, Khu ci insegna i loro giochi, impara i nostri. Le chiediamo di un ciondolo che porta al collo a forma di cuoricino che, inavvertitamente, le è sfuggito dai vestiti… ha un boyfriend? Un occidentale magari? No, no, niente boyfriend, molte sue amiche sono già sposate da tempo e hanno figli, lei è già considerata vecchia, ma prima vuole essere libera di fare altre esperienze. Dice che oggi le ragazze hanno la possibilità di scegliere il marito… scherzando insistiamo… magari un marito occidentale? Non nega di esserne in qualche modo affascinata ma no, è poco pratico, uno dei due si dovrebbe trasferire e poi… cosa farebbe? Come potrebbe essere felice in un mondo diverso? E poi qui la famiglia del marito deve regalare alla sposa delle terre da coltivare… ed è bello andare insieme a lavorare nella risaia. Mi colpisce la poesia di quest’immagine.

Ripenso a tutto quello che ci si è detti la mattina presto, seduta sotto la tettoia della casa da cui ammiro la valle sottostante. Gli uomini stanno smantellando il bagno dove ci siamo lavati ieri sera. L’impiantito di fusti di bambù attraverso cui scorreva l’acqua, riscaldata sul fuoco a legna della cucina, che mi versavo addosso con un secchiellino, verrà sostituito da uno di cemento, molto più bello, afferma sicura Khu. A me sembrava più bello quello in bambù, vedo fuggire delle piccole rane via via che gli uomini procedono con il lavoro. Sotto il cemento non potranno essercene. Ma, forse, è una bellezza che può apprezzare chi, a casa, un bagno con tutti i comforts già ce l'ha.



Buy from me, buy from me!



Compra da me, compra da me! E’ il mantra che si sente ripetere continuamente a Sapa e dintorni. Non appena si scende dall’autobus, o si mette piede fuori dall’hotel si è subito attorniati dalle donne H’mong e Dzao che cercano di vendere i loro manufatti al turista. Non si può certo biasimarle, come minoranze etniche e abitanti di un territorio montuoso che concede un solo raccolto di riso l’anno rispetto ai due o tre di altre parti del Vietnam, sono tra gli abitanti più poveri del paese… come non voler integrare i propri guadagni cercando di trarre beneficio da un turismo sempre più invadente?
Sono gentili ma è veramente dura esserlo altrettanto all’ennesima trafila di domande… da dove vieni, quanti anni hai, sei sposata, hai figli, con chi viaggi… noto però che rispondendo alle loro domande poi non insistono più di tanto e si allontanano… forse faccio loro pena, o porto sfortuna! Alla mia età, niente marito, niente figli, viaggio da sola… una disgrazia via l’altra insomma!
Mi chiedo se queste domande siano solo una rituale introduzione alla trattativa o siano utilizzate dalle donne, da consumante venditrici quali sono, per “targhettizzare”, “inquadrare” il possibile cliente: propensione alla spesa, gusti, capacità di contrattazione in base a nazionalità, età, modalità preferita di viaggio…

Le si vede continuamente ricamare, riportando nei copricuscini e nelle coperte che vendono ai turisti i motivi tradizionali che decorano i loro abiti. Sono molto belli, alcuni ricordano degli yantra, utilizzati anche nello yoga tantrico come strumenti capaci di focalizzare e concentrare la mente per indurre lo stato meditativo. Chiedo loro cosa rappresentino questi disegni, ma, come spesso accade, pare si sia persa la memoria del loro significato simbolico. E’ qualcosa che semplicemente si tramandano di madre in figlia.



Sapa, fondata dai francesi nel 1922 come luogo di villeggiatura, si trova al confine con la Cina. La zona del centro, il laghetto, le montagne verdi, ricordano in effetti una stazione climatica francese di media montagna… la giornata è bella, da qui si vede il monte più alto del Vietnam, il Fansipan di 3143 metri.


Le etnie che popolano l’area sono arrivate, in tempi diversi, dal sud della Cina, per ragioni politiche e alla ricerca di terre coltivabili… ma come spesso accade, l’ultimo arrivato si deve accontentare, e la terra coltivabile se la sono dovuta creare terrazzando le montagne. Ciascuna etnia, pur vivendo a stretto contatto, ha mantenuto lingua e costumi propri.

Chi non ha nulla da vendere cerca di vendere la propria immagine… “one dollar” dicono le anziane dalla bocca sdentata, “money money” cantilenano i bambini… dopo decenni di abitudine ad essere inquadrati, “cacciati” dagli obiettivi fotografici alla ricerca del souvenir folcloristico… come non capirli?

sabato 14 novembre 2009

Dragone in mare!



Halong, in vietnamita significa “dove il dragone discende nel mare”. Halong bay è una delle meraviglie che la natura offre… più di 3000 isole, o sarebbe meglio dire montagne, che emergono dall’acqua verde del golfo del Tonchino. Pareti verticali ricoperte di vegetazione tenace, formazioni rocciose erose dall’acqua e dal vento che hanno creato grotte e fori e, con un po’ di immaginazione, figure umani e animali.
Secondo la leggenda, liberamente interpretata, queste isole sono state create da un dragone che viveva sulle montagne… ma che voleva andare a farsi una vacanza al mare. Scendendo allegro per la gita, non badava troppo alla sua coda che, scodinzolando, scavava valli e dirupi. Quando, alla fine, si è immerso nel mare, queste valli si riempirono d’acqua, lasciando visibili solo i pinnacoli.


A parte gli scherzi, è veramente un paesaggio magico, soprattutto all’alba e al tramonto, quando la luce è soffusa e i profili delle montagne sfumati. Un paesaggio che si ammira dalle barche, riproduzioni di giunche cinesi, dove si alloggia in un ambiente decisamente curato e confortevole.
Diventato un luogo da non mancare in un viaggio in Vietnam, naturalmente ha un rovescio della medaglia… mi sembra di essere in una grande fabbrica del turismo, un piccolo pacco, insieme a centinaia di migliaia di altri pacchi, che viene passato di mano in mano in quest’enorme catena di montaggio. Il pacco viene ritirato in hotel, caricato su un minibus insieme ad altri pacchi già ritirati o ancora da andare a raccogliere. Tre ore e mezzo il viaggio da Hanoi ad Halong, di cui mezz’ora di fermata in un grande laboratorio-negozio di souvenir a prezzi maggiorati (ovviamente quello dell’andata è diverso da quello del ritorno). Arrivo al porto d’imbarco, attesa del proprio destino in mezzo alla moltitudine di altri pacchi nella stessa situazione. Finalmente si sale a bordo e si parte alla volta delle formazioni rocciose, in una formazione compatta di giunche che fanno lo stesso percorso (chiedo di quante giunche turistiche è formata la flotta di Halong… 500 mi dicono, ma oggi in mare ce ne sono “solo” duecento, è ancora bassa stagione…).


Si arriva nella baia dove è incentrata la maggior parte dell’attività… visita alle grotte, sosta alla spiaggia, noleggio kayak, venditrici ambulanti di cibo, bevande, conchiglie e, per chi se la sente, camminata sulla cima di un monte per ammirare il paesaggio… beh, qui è proprio bello e, complice la salita a gradoni molto ripida, c’è poca folla.

Fortunatamente, avendo deciso di trascorrere due notti a bordo, il secondo giorno ho modo di vivere la magia del posto lontana dal rumore e dai fumi di scarico delle barche… ci allontaniamo e, dopo due ore di navigazione, arriviamo ad un piccolo villaggio galleggiante di pescatori. Richard, un signore americano, la guida ed io, siamo gli unici in questo momento ad addentrarci in questa meraviglia. Unico suono quello delle pagaie che si immergono nell’acqua per sospingere i nostri kayak in questo mare color smeraldo piatto come una tavola.


Ci inoltriamo in un primo tunnel, percorribile solo in kayak e con la bassa marea. Smettiamo di pagaiare… c’è solo il suono delle gocce d’acqua che lungo le stalattiti cadono in mare e una luce riflessa che pare arrivare dal basso. Ad un tratto ci ritroviamo in un lago all’interno della montagna… un luogo incantato con il canto degli uccelli e farfalle enormi che volano qui e là… e da qui un altro passaggio e un altro lago… e un altro ancora… mi sento un pacco fortunato in questo momento!
La sera, ritornando verso la “base”, mentre guardo alcuni pesci volanti saltare intorno alla barca, mi chiedo se ci sarà un momento in cui il dragone, stanco del frastuono di tutte queste attività umane, non deciderà di tornare in montagna… magari facendo un bel casino con la sua coda anche nel viaggio di ritorno!

Il dragone, animale mitico, lo si trova ovunque qui in Vietnam… inciso, dipinto ,tessuto, scolpito. Secondo la leggenda Lac Long Quan (il Signore Drago Lac) sposò Au Co (una “immortale”, una divinità della montagna, dalla forma di uccello), che gli diede cento uova da cui nacquero cento figli. Il primogenito fu il capostipite della dinastia degli Hung, i primi re Viet. Per i vietnamiti il dragone porta la pioggia, essenziale per l’agricoltura. Rappresenta l’imperatore, la prosperità e il potere della nazione. Come il dragone cinese anche quello vietnamita è il simbolo dello “Yang”, cioè l’universo, la vita, l’esistenza e la crescita.

Molti detti e modi di dire vietnamiti citano il dragone…
"Rồng gặp mây": "Il dragone incontra le nuvole" – quando ci sono delle condizioni favorevoli.
"Đầu rồng đuôi tôm": "Testa di dragone, coda di gamberetto” – qualcosa che parte bene e finisce male.
"Rồng bay, phượng múa": "Volo di dragone, danza di fenice” – per mostrare apprezzamento verso la calligrafia di qualcuno che scrive bene gli ideogrammi cinesi.
"Rồng đến nhà tôm": "Il dragone visita la casa del gamberetto” – un modo di dire usato dalla persona ospitante (un umile gamberetto) verso quella ospitata (un nobile dragone).





martedì 10 novembre 2009

Ho Chi Minh

Bac Ho, zio Ho, come viene affettuosamente chiamato dai suoi ammiratori, così almeno dice la guida della Lonely Planet…. mi chiedo cosa ne pensino e se continua ad essere un mito per loro, i giovani vietnamiti che vedo ronzare indaffarati per le strade di Hanoi. Più del 60% della popolazione vietnamita ha meno di trent’anni, dunque nata abbondantemente dopo la morte di Ho Chi Minh, nel 1969.
Ed è una generazione cresciuta dopo l’inizio, nel 1986, del “Doi Mo”, il processo di “rinnovamento” economico (ma non solo) che ha portato il Vietnam da una economia di stampo socialista sull'orlo del collasso ad un’economia di mercato con un tasso medio di crescita del PIL (nel periodo 2004/2008) del 7,5% annuo, a testimonianza di un’economia in pieno fermento integrata negli scambi internazionali (nel 2007 il Vietnam è entrato a far parte dell’ OMC, Organizzazione Mondiale del Commercio).

Me lo chiedo mentre, a piedi, sono sola a percorrere questo enorme spazio aperto, pensato per le masse. Una sensazione strana, che ancora non so definire, impalpabile. Mi siedo, per terra, all’esile ombra di un lampione di questa tarda mattinata assolata e ventosa. Tento di trasformare la sensazione in parole, sul foglio ancora bianco del mio quaderno d’appunti, compagno di questo viaggio.
Lo spazio è quadrato, delimitato da grandi viali, in cui continua a scorrere incessante il traffico, il cui suono arriva sin qui. Per una metà occupato da un prato verdissimo, i vialetti pedonali pavimentati che si intersecano ne fanno una scacchiera. Nell’altra, una spianata di cemento. Unica presenza, a parte i lampioni, il palo con la bandiera del Vietnam. Sventola gagliarda, bello il contrasto del rosso e del giallo con il cielo intensamente azzurro, terso. Vi si affaccia il mausoleo di Ho Chi Minh, una costruzione di pietra, grigia, squadrata, colonne squadrate su tutti i lati. Poggia su una base a gradoni.

Il mausoleo è chiuso. In questo periodo, come ogni anno, il corpo imbalsamato di Ho è a Mosca, per la “manutenzione”, il trattamento conservativo.
Ci sono comunque due soldati di guardia. Impressionante quanto stiano immobili, non si lasciano distogliere nemmeno da una grande farfalla che vola loro intorno.

Buffo che vi sia tutto questo quando, invece, zio Ho avrebbe voluto essere semplicemente cremato, nella semplicità che gli era propria.
Quello che provo è spaesamento, probabilmente la sensazione sarebbe molto diversa se lo spazio fosse occupato da centinaia di migliaia di persone. Forse, invece, sarei comunque a disagio in questo spazio che parla di culto della personalità…. culto che si ritrova ogni volta che si usa la cartamoneta visto che non c’è che la sua effige su tutti i tagli in circolazione, spesso si vede una sua statua o un museo a lui dedicato, la sua immagine riprodotta su una scuola o in vendita accanto a quella di Buddha, e Saigon è diventata Ho Chi Minh City. Avrebbe apprezzato tutto questo? Sì, mi piacerebbe parlarne con i vietnamiti, chissà se se ne presenterà l’occasione!



Ho Chi Minh (portatore di luce) è uno dei moltissimi pseudonimi di Nguyen Tat Thanh (1890-1969). Fondatore del partito comunista e presidente della Repubblica Democratica del Vietnam dal 1946 fino alla sua morte, è stato il principale protagonista della lotta di liberazione del Vietnam dal colonialismo francese (conclusasi nel 1954 con la vittoria di Dien Bien Phu). La guida consiglia la lettura di “Ho Chi Min”, una biografia scritta da William J. Duiker.